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Quando un fiore non nasce come avevi immaginato



Ci sono scelte che iniziano in silenzio. Con un sacchetto di semi tra le mani, una fila di vasetti sul tavolo, la terra appena bagnata e quella domanda che ritorna continuamente:

“Sarò davvero capace di farlo?”

Quest’anno ho deciso di provare a coltivare una parte dei fiori che utilizzo. Non solo sceglierli, comporli o raccontarli, ma seguirli dall’inizio. Dal seme.

Una scelta che nasce dal desiderio di rallentare, di capire meglio il tempo della natura e di costruire qualcosa che avesse radici vere, stagione dopo stagione.


La scelta delle essenze

Per questa prima stagione ho scelto varietà che mi emozionavano da tempo: delicate, leggere, alcune quasi impalpabili.

Tra loro ci sono:

  • Lisianthus

  • Callistephus

  • Antirrhinum

  • Matthiola

  • Ammi visnaga

Alcune sono considerate semplici. Altre richiedono pazienza, precisione e molta osservazione.

E forse proprio per questo volevo iniziare da loro.

La prima semina

La prima semina è stata quasi emozionante da guardare. Ogni mattina controllavo i vassoi come si guarda qualcosa di fragile e importante.

Le piantine sono nate bene. Piccole, sottili, perfette nella loro delicatezza.

Tutte… tranne i lisianthus.

Loro sono rimasti un mistero. Lenti. Incerti. Quasi invisibili.

Eppure chi coltiva lo sa: il lisianthus insegna subito una cosa fondamentale. Non puoi forzare certi tempi.


La seconda semina: la speranza che ritorna

Così ho riprovato.

Anche la seconda semina è andata bene .Vedere il verde comparire di nuovo è stato come ricevere una seconda possibilità.

Poi è arrivato il momento del trapianto.

Ed è lì che molte piantine hanno sofferto.

Alcune si sono fermate. Altre hanno rallentato improvvisamente. Altre ancora sembravano non riuscire ad adattarsi.

In certi giorni guardavo i tunnel chiedendomi se stessi facendo abbastanza. Se avessi sbagliato temperatura, tempi, acqua, luce.

La verità è che coltivare insegna molto rapidamente una cosa difficile da accettare: non tutto dipende da noi.


La terza e la quarta semina

Poi è arrivato il caldo.

Quello improvviso, pesante, quasi anticipato. La terza e la quarta semina hanno preso una vera botta.

Alcune piantine sembrano ferme. Altre forse si riprenderanno. Altre probabilmente no.

E in questo momento non ho ancora una risposta definitiva.

Sto aspettando. Osservando. Provando a capire.

Perché la coltivazione, almeno per me, non sta diventando il racconto di qualcosa che riesce perfettamente. Sta diventando il racconto di un tentativo.


Imparare il tempo dei fiori

Forse è proprio questo che mi sta insegnando questa prima stagione:

che ogni seme racconta una possibilità, ma non una certezza.

Che alcuni fiori arrivano subito. Altri chiedono mesi. Altri ancora ti obbligano a ricominciare.

E forse la parte più difficile — ma anche più bella — è imparare a restare presenti anche quando non sai ancora come andrà.

Perché dietro ogni campo fiorito che immaginiamo perfetto, esistono tentativi, errori, attese, caldo improvviso, piantine perse e nuove semine fatte quasi con ostinazione.

E nonostante tutto, quando la mattina apro il tunnel e sento l’odore della terra bagnata, continuo a pensare che ne valga la pena.

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