Quando un fiore non nasce come avevi immaginato
- Claudia Debellini
- 27 mag
- Tempo di lettura: 2 min

Ci sono scelte che iniziano in silenzio. Con un sacchetto di semi tra le mani, una fila di vasetti sul tavolo, la terra appena bagnata e quella domanda che ritorna continuamente:
“Sarò davvero capace di farlo?”
Quest’anno ho deciso di provare a coltivare una parte dei fiori che utilizzo. Non solo sceglierli, comporli o raccontarli, ma seguirli dall’inizio. Dal seme.
Una scelta che nasce dal desiderio di rallentare, di capire meglio il tempo della natura e di costruire qualcosa che avesse radici vere, stagione dopo stagione.
La scelta delle essenze
Per questa prima stagione ho scelto varietà che mi emozionavano da tempo: delicate, leggere, alcune quasi impalpabili.
Tra loro ci sono:
Lisianthus
Callistephus
Antirrhinum
Matthiola
Ammi visnaga
Alcune sono considerate semplici. Altre richiedono pazienza, precisione e molta osservazione.
E forse proprio per questo volevo iniziare da loro.
La prima semina
La prima semina è stata quasi emozionante da guardare. Ogni mattina controllavo i vassoi come si guarda qualcosa di fragile e importante.
Le piantine sono nate bene. Piccole, sottili, perfette nella loro delicatezza.
Tutte… tranne i lisianthus.
Loro sono rimasti un mistero. Lenti. Incerti. Quasi invisibili.
Eppure chi coltiva lo sa: il lisianthus insegna subito una cosa fondamentale. Non puoi forzare certi tempi.
La seconda semina: la speranza che ritorna
Così ho riprovato.
Anche la seconda semina è andata bene .Vedere il verde comparire di nuovo è stato come ricevere una seconda possibilità.
Poi è arrivato il momento del trapianto.
Ed è lì che molte piantine hanno sofferto.
Alcune si sono fermate. Altre hanno rallentato improvvisamente. Altre ancora sembravano non riuscire ad adattarsi.
In certi giorni guardavo i tunnel chiedendomi se stessi facendo abbastanza. Se avessi sbagliato temperatura, tempi, acqua, luce.
La verità è che coltivare insegna molto rapidamente una cosa difficile da accettare: non tutto dipende da noi.
La terza e la quarta semina
Poi è arrivato il caldo.
Quello improvviso, pesante, quasi anticipato. La terza e la quarta semina hanno preso una vera botta.
Alcune piantine sembrano ferme. Altre forse si riprenderanno. Altre probabilmente no.
E in questo momento non ho ancora una risposta definitiva.
Sto aspettando. Osservando. Provando a capire.
Perché la coltivazione, almeno per me, non sta diventando il racconto di qualcosa che riesce perfettamente. Sta diventando il racconto di un tentativo.
Imparare il tempo dei fiori
Forse è proprio questo che mi sta insegnando questa prima stagione:
che ogni seme racconta una possibilità, ma non una certezza.
Che alcuni fiori arrivano subito. Altri chiedono mesi. Altri ancora ti obbligano a ricominciare.
E forse la parte più difficile — ma anche più bella — è imparare a restare presenti anche quando non sai ancora come andrà.
Perché dietro ogni campo fiorito che immaginiamo perfetto, esistono tentativi, errori, attese, caldo improvviso, piantine perse e nuove semine fatte quasi con ostinazione.
E nonostante tutto, quando la mattina apro il tunnel e sento l’odore della terra bagnata, continuo a pensare che ne valga la pena.


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